Rispondiamo fin da subito alla domanda che in molti si pongono nell’approcciarsi per le prime volte al mondo della celiachia. Ovvero: la malattia celiaca è una malattia genetica?

Ebbene, la risposta è “nì”, dipende.

La malattia celiaca è di per sé una malattia autoimmune che viene definita “camaleonte” dai ricercatori e dalla comunità scientifica stessa, per via della sua natura ricca di sfaccettature. Può presentarsi sotto forme completamente diverse tra loro, può essere violenta o subdola, addirittura silente, e danneggia in maniera più o meno grave il paziente che ne é affetto. Esistono fattori di rischio che ne aumentano la gravità (come, per l’appunto, l’esposizione cronica al glutine), ma sono spesso fattori dubbi e non sostenuti da adeguati studi scientifici.

Così come è complesso determinarne l’insorgenza e lo sviluppo, è altrettanto difficile determinarne la natura.

Le malattie genetiche: breve chiarimento

Esistono due categorie di malattie genetiche: quelle monogenetiche (che interessano la mutazione di un singolo gene specifico) e quelle multifattoriali, la cui natura dipende da un mix complesso di più fattori.

Nel primo caso la presenza della mutazione genetica di uno o più geni “X” viene vista come strumento unico e ultimo di diagnosi, giacché rappresenta certezza assoluta della presenza di malattia. Le malattie monogenetiche più gravi, come la Talassemia, possono addirittura essere “predette” mediante gli schemi genetici proposti da Mendel.

La celiachia è però una malattia genetica multifattoriale. E’ conditio sine quam non, infatti, che il paziente celiaco presenti gli aplotipi di predisposizione genetica per la celiachia (HLA DQ2 e DQ8) ricercabili tramite test sierologico eseguito in laboratorio. La presenza di questi ultimi non indica tuttavia in alcun modo la certezza di sviluppare la patologia, anzi, tutt’altro. Gli aplopi DQ2 e DQ8 sono presenti all’incirca nel 30/35% della popolazione, ma soltanto l’1% su scala mondiale soffre poi effettivamente di celiachia.

La presenza dei genotipi DQ2 e DQ8 arriva a giustificare un buon 40/50% delle motivazioni genetiche alla base della celiachia, ma escludendo i fattori ambientali e relativi allo sviluppo del singolo soggetto, esistono decine di altri geni coinvolti nella risposta immunitaria e infiammatoria al glutine.

Ma celiaci, si nasce o si diventa?

Celiaci si nasce e si diventa. Come appena chiarito, una minima predisposizione genetica è fondamentale per lo sviluppo della MC (Malattia Celiaca) vera e propria, ma non è veicolante. La patogenesi della celiachia dipende da una complessa reazione immunitaria che viene innescata dal glutine a livello della mucosa intestinale. L’atrofia dei villi intestinali è causata dall’attivazione dei linfociti CD4, che rilasciano citochine pro-infiammatorie e causano infiammazione cronica.

Tolta la predisposizione genetica (conditio sine quam non) e l’ingestione del glutine (fattore scatenante) sono moltissimi i fattori ambientali che giocano un ruolo chiave nello sviluppo della malattia. Quali?

Bhé, sulla loro natura la comunità scientifica è ancora in dubbio e gli studi attivi a riguardo sono moltissimi. Sembra che un ruolo fondamentale sia quello dato da infezioni contratte nel passato, tipologia di alimentazione seguita nel corso dell’infanzia (soprattutto allo svezzamento) e pool del microbioma intestinale.

Da quali ceppi batterici è composto il vostro microbioma? Quanto sono efficienti? Sono batteri in prevalenza buoni ed efficienti, pronti a contrastare gli attacchi dall’esterno e mantenere l’organismo in salute, o a causa di infinite motivazioni sono batteri in prevalenza “cattivi”, pro-infiammatori e quindi potenzialmente più dannosi che benefici? Queste sono tutte domande alle quali si può rispondere soltanto valutando caso per caso i pazienti affetti da disturbi riconducibili alla celiachia.

Il ruolo della genetica nella malattia celiaca

Il ruolo della genetica nella malattia celiaca è fondamentale ma non vincolante. Tuttavia, secondo gli studi più recenti, pare che circa il 10% dei familiari diretti dei soggetti celiaci sviluppi, nel corso della propria vita, una forma più o meno grave della malattia. Se paragonato al dato statistico secondo il quale la celiachia è presente nell’1% della popolazione mondiale, il 10% è una percentuale sicuramente rilevante.

Il rischio di diventare celiaci è di 10 volte maggiore per chi ha parenti di primo o secondo grado malati di celiachia. Quando ad essere malato è un genitore o un fratello, ovviamente, il rischio è ancora più elevato.

Buone notizie, però! Secondo alcuni recenti studi pare che chi è predisposto per familiarità diretta alla MC abbia maggiori probabilità di sviluppare la malattia nella sua forma tipica, con sintomi classici e facilmente riconoscibili (dolore addominale, coliche, intestino irritabile, malassorbimento).

La celiachia è una malattia dannosissima e subdola, che a volte può manifestarsi per vie traverse o non farlo affatto: avere la possibilità di svilupparla nella sua forma più semplice da riconoscere è un ottimo aiuto per una più rapida e concreta diagnosi e, dunque, per una più tempestiva terapia.

Screening genetico

Dal momento che, come già detto, a livello genetico è fondamentale possedere i geni HLA di classe II DQ2 e DQ8, l’esame genetico per individuarne la presenza viene consigliato di routine in tutti i parenti diretti di soggetti celiaci. Qual’ora il test risultasse negativo sarebbe inutile proseguire con qualsiasi altro tipo di screening.

I soggetti positivi al test genetico, invece, soprattutto se considerati a rischio (e quindi parenti diretti di individui celiaci) dovrebbero eseguire controlli costanti più o meno ogni 2 anni a livello sierologico e, eventualmente, tramite biopsie gastriche. Questo è l’unico modo per assicurarsi di individuare la malattia sul nascere, prima che possa danneggiare in maniera importante i villi intestinali o predisporre a carenze nutrizionali e altre patologie ad essa connesse.

Lo screening per la celiachia è consigliato ma non è obbligatorio, effettuarlo è sempre un bene perché ricordiamo che la MC può portare a conseguenze anche molto gravi, dal momento che “tiene impegnato” costantemente il sistema immunitario e che genera infiammazione cronica.

Solitamente, sono gli ospedali o i medici di base stessi a consigliare un primo screening genetico già sui pazienti più piccoli, entro i due anni di vita. In caso di predisposizione genetica non sarebbe poi un problema eseguire screening sierologico ogni due/tre anni (salvo la comparsa di sintomi tra un controllo e l’altro), dal momento che la maggior parte della popolazione si reca almeno una volta l’anno in un laboratorio di analisi per monitorare il proprio stato di salute.