La celiachia silente è una delle varie forme di celiachia esistenti. La celiachia è infatti una malattia autoimmune multifattoriale che viene definita come “camaleontica” dagli esperti del settore, proprio perché può presentarsi sotto svariate forme diverse e può quindi spesso trarre in inganno, creando problemi in fase di diagnosi.

Si tratta di una malattia dai sintomi estremamente variabili. La sintomatologia più comune, quella propria della celiachia così detta “Tipica”, include sintomi intestinali ed extraintestinali che vanno dalla diarrea, al vomito, dal mal di testa alla spossatezza. Il quadro generale è quello di malassorbimento con conseguente deperimento e presenza di carenze vitaminiche e minerali, spesso severe.

Si tratta di una forma abbastanza semplice da inquadrare, perché sebbene possa risultare simile a qualunque altra intolleranza alimentare, i sintomi si manifestano in genere in maniera più acuta o comunque più costante e vanno via via aggravandosi, proprio perché il paziente non elimina la causa alla base degli stessi, ovvero l’assunzione di glutine alimentare.

La celiachia silente può non portare ad alcuno dei sintomi sopracitati e viene definita silente proprio per questo motivo: la maggior parte dei pazienti la scopre in maniera del tutto casuale dopo screening medici che vadano a includere, ovviamente, il test per gli anticorpi specifici della malattia celiaca, spesso eseguiti tuttavia per pura controprova, dal momento che i sintomi riportati non fanno pensare ad un quadro clinico di celiachia.

Il paziente che soffre di celiachia silente non ha sintomi, ma presenta predisposizione genetica per i geni HLA DQ2 e/o DQ8 e sierologia positiva per gli anticorpi specifici. La situazione intestinale appare alterata dal punto di vista delle biopsie, ma in maniera meno grave rispetto alle alterazioni osservabili in un paziente affetto da malattia celiaca conclamata.

I villi intestinali risultano tuttavia ugualmente danneggiati, motivo per il quale la patologia non è da prendere sottogamba e va trattata in maniera assolutamente analoga alla Malattia Celiaca Classica (MC).

Chi è più soggetto a soffrire di celiachia silente?

Chiunque è soggetto a soffrire di celiachia silente. Come sempre, è necessario che vi sia alla base per lo meno una predisposizione genetica, con presenza di geni HLA DQ2 e/o DQ8. I soggetti più a rischio sono tuttavia tutti coloro che hanno in famiglia un parente diretto già ammalato di celiachia (parente di 1° grado, come un genitore o un fratello, o di 2°, come un nonno o uno zio).

I soggetti predisposti sono inoltre quelli che soffrono di patologie già conclamate che spesso vengono connesse proprio alla celiachia, e che ne sono una risultante o comunque una stretta aggravante. Quali?

  • Diabete di tipo I
  • Cirrosi
  • Tiroiditi (in particolar modo quella autoimmune di Hashimoto)
  • Sclerosi multipla
  • Altre patologie autoimmuni

Tutte le situazioni sopracitate vengono definite come “potenzialmente a rischio”, motivo per il quale spesso si arriva a diagnosi pur in assenza di sintomi, dal momento che gli esami anticorpali per la malattia celiaca vengono proposti dal medico curante anche di fronte a quadri clinici di soggetti apparentemente “sani” dal punto di vista intestinale.

Perché alcuni soggetti non sviluppano i sintomi veri e propri della celiachia?

La celiachia silente ha varie cause ed è multifattoriale proprio come la celiachia classica. Ad oggi non è assolutamente possibile dire perché il paziente “X” mostri una sintomatologia evidente mentre il paziente “Y” sia ugualmente malato ma non mostri alcun sintomo. Tuttavia, una piccola spiegazione possiamo darla.

Il glutine crea tanta più infiammazione quanto più a lungo permane nell’intestino prima di essere sintetizzato e digerito.  Se ingerito attraverso l’abuso di prodotti particolarmente zuccherini o di cereali raffinati, crea sicuramente più problemi rispetto al glutine assunto attraverso alimenti integrali, questo perché gli stessi sono ricchi di fibre e tendono a permanere all’interno dello stomaco più a lungo, rallentando il passaggio del glutine verso l’intestino e permettendone una prima digestione ad opera dei succhi gastrici, minima ma comunque d’impatto.

E’ uno dei motivi per i quali l’avena, cereale che in teoria conterrebbe glutine, viene considerato “gluten free“. La sua particolare composizione molecolare la rende altamente digeribile e assolutamente non rischiosa per i soggetti ammalati di celiachia.

soggetti celiaci asintomatici tendono inoltre, in genere, ad avere un’alimentazione ricca e variegata e raramente vengono sovraesposti al glutine.

In sostanza, meglio ci si alimenta meno sono alte le probabilità di sviluppare sintomi evidenti di malattia.

Celiachia silente: i rischi e l’importanza della diagnosi precoce

La celiachia silente predispone il paziente a tutti i rischi ai quali predispone la malattia celiaca classica. Questo vuol dire che il paziente si troverà a poter veder peggiorare il proprio quadro clinico nel corso degli anni (soprattutto in periodi di sovraesposizione al glutine) ed andare incontro a problematiche di natura sempre più grave.

I villi intestinali del paziente celiaco vengono irrimediabilmente colpiti dall’assunzione di glutine e si genera infiammazione cronica, che predispone all’attecchimento di altre patologie autoimmuni e di altri disturbi più o meno gravi, come allergie, maggiore predisposizione alle infezioni e molto altro ancora.

I rischi peggiori sono quelli di natura oncologica e quelli che riguardano la demineralizzazione ossea, che presentano un quadro clinico assolutamente privo di speranze. Arrivare ad una diagnosi precoce è quindi importantissimo per permettere all’organismo di disintossicarsi ed evitare l’instaurarsi di reazioni a catena dai risvolti per nulla piacevoli.

Follow up per la celiachia silente

La celiachia silente deve essere trattata come qualsiasi altra forma di celiachia e, proprio per questo motivo, soprattutto data l’assenza di sintomi, prevede un preciso follow up da seguire. Il follow up consiste in valutazione della densità ossea a 18 mesi dall’inizio della terapia con dieta senza glutine, per valutare eventuale demineralizzazione ossea e prevenire l’insorgere di osteopenie/osteoporosi.

In caso di risultati poco promettenti, la tomografia va ripetuta con una certa regolarità per valutare l’andamento della situazione; i tempi saranno definiti su discrezione del singolo caso.

Una volta iniziate le cure, inoltre, sarà necessario valutare l’aderenza alla dieta senza glutine attraverso nuovi esami diagnostici e, se possibile, anche nuova biopsia duodenale per verificare la rigenerazione dei villi intestinali. Il follow up in questi casi andrebbe ripetuto più o meno ogni 3 anni (la biopsia è sufficiente ripeterla una volta soltanto, soprattutto qual’ora l’andamento della guarigione risultasse positivo).